Ho visto la luce, ma meglio sarebbe dire il buio della notte, alle 2,45 di mercoledì 29 luglio 1953 a Castellammare di Stabia allora considerata un ridente e laboriosa cittadina della provincia Napoli, nota per la sua spiccata vocazione turistica grazie al Faito (la montagna che sta dietro la città e che si raggiunge in 8 minuti con il famoso "panariello"), alle Terme e al mare (che portavano da maggio a settembre "e furastieri") ma anche per i Cantieri Navali (che a quel tempo, quando la politica non era arrivata a gestire tutto, erano considerati i cantieri più importanti oltre che più antichi d'Italia) fino alle sue numerose fabbriche tra cui spiccava la Cirio che avrebbe avuto in futuro, un ruolo più che importante nella mia vita.
Qusta situazione consentiva ai miei compaesani o concittadini (fate voi) una vita onesta e operosa, in uno di quei posti "baciati da Dio" in cui gli stranieri avrebbero fatto carte false per viverci, e dove invece le persone del posto facevano carte false per lasciare, in cambio del miraggio di un "posto fisso" migliore nelle fabbriche dell'evoluto Settemtrione dove sempre più spesso emigravano in cerca di chissà cos'altro.
Ovviamente sono nato in casa: via del Gesù al civico numero dodici, quella che per Castellammare era considerata la strada dello "struscio" mentre oggi, ahimé, rappresenta l'inizio della casbah, e come succedeva sempre in quei tempi con l'aiuto della "vammana" (l'ostetrica) che di fatto svolgeva il compito oggi affidato al ginecologo (che comunque nel mio caso c'era).
Cosa ha significato per la famiglia la mia nascita?
Vediamo un poco: per mammà è stata, dopo, una "bellissima sofferenza" e l'inizio di un amore senza fine e senza limiti che dura intatto ancora oggi (non a caso mia sorella dice sempre che sono - 'o ciondolo e mammà - ), per papà la certezza di essere stato in grado di dare una continuità alla "stirpe" dei Vanacore, per mio nonno Biagio la tanto sospirata "puntella" (al Sud anche adesso al primo figlio maschio viene per tradizione "imposto" come nome di battesimo quello del nonno paterno), per le nonne (la più "austera" nonna Ermelinda mamma di papà, e la più "mamma" nonna Giuspeppina mamma di mamma) e gli zii la gioia e la novità di avere finalmente il primo nipote.
In casa viveva con noi anche uno zio prete della nonna Giuseppina, canonico e teologo emerito del Capitolo della Cattedrale, che con il sarcasmo classico degli "Esposito" (questo era il cognome della nonna da giovane) disse che il nuovo (io) avrebbe ben presto tolto il posto al vecchio (lui).
La cosa accadde con "naturale rapidità" quaranta giorni dopo la mia nascita.
Insomma, posso dire senza ombra di smentita, che quando sono nato c'era fin troppa gente che mi aspettava e che riponeva in me molte speranze.
Beh, niente male avere all'inizio una partenza così.
Qusta situazione consentiva ai miei compaesani o concittadini (fate voi) una vita onesta e operosa, in uno di quei posti "baciati da Dio" in cui gli stranieri avrebbero fatto carte false per viverci, e dove invece le persone del posto facevano carte false per lasciare, in cambio del miraggio di un "posto fisso" migliore nelle fabbriche dell'evoluto Settemtrione dove sempre più spesso emigravano in cerca di chissà cos'altro.
Ovviamente sono nato in casa: via del Gesù al civico numero dodici, quella che per Castellammare era considerata la strada dello "struscio" mentre oggi, ahimé, rappresenta l'inizio della casbah, e come succedeva sempre in quei tempi con l'aiuto della "vammana" (l'ostetrica) che di fatto svolgeva il compito oggi affidato al ginecologo (che comunque nel mio caso c'era).
Cosa ha significato per la famiglia la mia nascita?
Vediamo un poco: per mammà è stata, dopo, una "bellissima sofferenza" e l'inizio di un amore senza fine e senza limiti che dura intatto ancora oggi (non a caso mia sorella dice sempre che sono - 'o ciondolo e mammà - ), per papà la certezza di essere stato in grado di dare una continuità alla "stirpe" dei Vanacore, per mio nonno Biagio la tanto sospirata "puntella" (al Sud anche adesso al primo figlio maschio viene per tradizione "imposto" come nome di battesimo quello del nonno paterno), per le nonne (la più "austera" nonna Ermelinda mamma di papà, e la più "mamma" nonna Giuspeppina mamma di mamma) e gli zii la gioia e la novità di avere finalmente il primo nipote.
In casa viveva con noi anche uno zio prete della nonna Giuseppina, canonico e teologo emerito del Capitolo della Cattedrale, che con il sarcasmo classico degli "Esposito" (questo era il cognome della nonna da giovane) disse che il nuovo (io) avrebbe ben presto tolto il posto al vecchio (lui).
La cosa accadde con "naturale rapidità" quaranta giorni dopo la mia nascita.
Insomma, posso dire senza ombra di smentita, che quando sono nato c'era fin troppa gente che mi aspettava e che riponeva in me molte speranze.
Beh, niente male avere all'inizio una partenza così.

