domenica 28 febbraio 2010

IL SILENZIO DELLA PAROLA

Mio padre, anziano signore d’altri tempi, quando voleva esprimersi su qualche tema scomodo, citava un vecchio proverbio napoletano: “ ‘A meglia parola è chella ca nun se dice”.
Gran bella filosofia, quella di mio padre, che dietro questa espressione nascondeva un modo raffinato d’intendere e di vivere l’uso della parola, tanto da evitare che la parola stessa si presti a diventare lacché delle riluttanze altrui.

Oggi, viviamo un mondo dove è un germogliare continuo di modi di comunicare, senza tener conto - di quello che si dice, di cosa si dice, di come si dice - tanto da essere capaci di comunicare tutto a tutti; assistendo però, paradossalmente inermi, al fenomeno sempre più crescente del: “Più comunichiamo e meno dialoghiamo”.

Occorre allora a mio avviso, recuperare la capacità del non detto, dando potenzialità e voce al silenzio.
Spesso, tacendo si può dire di più che parlando; eludendo così che l’impiego della parola stessa diventi fuorviante, ciò anche in virtù del fatto che l’essere umano è l’unico tra gli animali a conoscere l’uso della parola.

Secondo Nietzsche “le parole impediscono il cammino” tanto da essere nei fatti uno strumento di resistenza contro la conoscenza.
Lo stesso Freud ha più volte considerato la possibilità che le comunicazioni tra esseri umani avvengono a livello telepatico, ovvero senza bisogno dell’uso della parola, avanzando, l’ipotesi, che il pensiero sia stato il mezzo arcaico di comunicazione tra gli individui, e la parola quello più recente.

La nostra società ci offre oggi molti vantaggi e molte comodità rispetto ad altri modelli di società forse meno dinamiche e meno prospere; ma di contro non consente di fermarci, non concede tregua.

Si cresce per il fatto stesso che non si sa più come fermarsi.

Assistiamo così, incapaci, ad una continua corsa senza apparenti obbiettivi, per una meta che onestamente sembra sempre più difficile da decifrare, dove lo sgomitare per un posto al sole é più importante di qualsiasi etica, dove la parola è utilizzata per distruggere più che per creare.

Tutto ciò senza alcun imperativo morale.

Tutti corriamo, tanto che la fretta da esigenza strutturale e produttiva, diventa alla fine il nostro abito interiore.

Tutti corriamo, ma senza sapere bene per dove e perché, corriamo come fatto fine a sé stesso, bombardati come siamo da una incalcolabile molteplicità di stimoli, esposti a tutte le ore del giorno e della notte a messaggi televisivi slegati e frammentati, ma emotivamente potenti.

Tutti corriamo, giovani ed adulti, sembriamo obbedire ormai a una sola logica, quella del consumismo sfrenato e privo di valori, diventando alla fine stranieri di noi stessi.

Se ciò è, bisogna allora saper dare voce al silenzio, visto che con la scusa di informarci, i mass media tendono sempre più ad annullarci; non comunicando tutto, non informando, omettendo; in definitiva deformando la verità della parola.

Bisogna saper trovare dunque la capacità di dare voce al silenzio della parola, per non dover affermare come qualche volta era solito dire il mio papà che: “’A vocca è ‘nu bbello strumento, ma sadda sapé accurdà”.

giovedì 11 febbraio 2010

ETICA, ESTETICA E AMORE

Le aziende sono (dovrebbero essere) etiche e le pubblicità sono (dovrebbero essere) estetiche.

Alcune pubblicità dicono cose vere pechè le aziende fanno le cose vere, mentre alcune pubblicità dicono le cose false o meglio dicono le cose credendole o rendedole vere, ma le aziende non ci credono.

Tutti gli uomini fanno l'amore, qualcuno lo fa con la donna che ama mentre altri lo fanno che prostitute che pagano.
Usiamo lo stesso nome "amore", ma sono due cose completamente diverse.

sabato 6 febbraio 2010

LA SERENDIPITY NELLA PUBBLICITA’

Qualche tempo fa nel corso di un convegno sulla pubblicità, un collega era intento a presentare una case history riguardante una campagna pubblicitaria che aveva fatto un pezzo della storia della comunicazione italiana, e raccontava come dopo una serie d’innumerevoli presentazioni, riflessioni sul brand, sul suo posizionamento, sul target di riferimento ecc. sempre non gradite dal cliente, il claim della campagna nacque per pura casualità, spiegandocene anche in modo colorito e simpatico sia il come sia i vari collegamenti che per casualità ed intuito lo avevano generato.

In qual momento, mi tornò istantaneamente alla mente, un libro che tempo addietro avevo letto sulla Serendipity, un testo che seguiva oltre due secoli di storia sull’argomento, e gli usi ideologici e sociali cui la Serendipity si è prestata.

Serendipity è ovviamente una parola inventata, coniata nel 1754 da Horace Walpole sulla base di una leggenda: “I tre Principi di Serendip”. Serendip per chi non lo sa, è l’antico nome dell’attuale Sri-Lanka.

La leggenda raccontava che quando le loro Altezze viaggiavano, scoprivano per fortuna o per intuito, cose che non stavano assolutamente cercando.
Essi avevano il dono, di trovare cose “belle e buone” anche senza averle mai cercate, ed allo stesso tempo, di trasformare in “belle e buone”, cose che belle e buone non lo erano.

Dunque, nella Serendipity si tiene conto dell’imprevisto, che nel corso di un processo, porta a compiere in modo assolutamente non intenzionale, scoperte felici.

In altre parole, Serendipity, nella sua accezione moderna del termine, significa trovare qualcosa di prezioso mentre si cerca qualcosa di completamente diverso, oppure, in alternativa, trovare qualcosa che si andava cercando, ma in un luogo o in un modo inaspettato.

Per chi fa il nostro mestiere, Serendipity può essere a seconda dei casi una parola oscura e bizzarra, una parola capricciosa ed attraente, ma non possiamo non prescindere dal dare il giusto valore etico e morale alla termine Serendipity, affrontando in modo genetico il problema della fortuna o della sfortuna, facendo altresì un distinguo fra le probabilità di successo e fallimento.

Alla fine nella pubblicità la Serendipity deve essere interpretata come: merito o fortuna, un’apolologia del sapare qualunque esso sia, capacità di trovare l’idea giusta quando serve?