Leggevo qualche giorno fa in aereo un pezzo sull’ultimo lavoro teatrale di Vincenzo Salemme “Bello di papà”, in cui, lo psicanalista ad un certo punto affermava che “la nostra è una società con grave carenza di maschio”.
Effettivamente, l’emancipazione femminile ha portato dal ’68 in poi ad una rimodulazione del ruolo maschile, tanto che oggi, in molti casi, registriamo una società in cui mancano i padri intesi come figura forte (chi non ricorda quando da ragazzi ad una marachella si sentiva la mamma dire: lo dico a tuo padre stasera quando rientra), ed il concetto di “virilità” ha subito notevoli mutamenti.
Partendo da queste considerazioni, assistiamo invece all’8 marzo come ad una “sagra” paesana con la donna nella parte di protagonista “per un giorno” su un palcoscenico in cui di solito recita in ruoli di secondo piano; insomma come se oggi, la donna, fosse ancora un essere minore e senza anima come nel Medioevo.
Certo essere donna oggi in Italia, é sicuramente più facile che non esserlo in altri paesi del mondo, laddove invece la qualità della vita femminile non è sicuramente migliorata, e dove la donna vive ancora in condizioni d’arretratezza sociale e culturale.
Allora perché non proviamo a trasformare questo giorno, in un momento “più educativo” legato alla condizione ed alla centralità del ruolo della donna, e cancelliamo dalle nostre abitudini invece, la più classica e mortificante delle feste così come s’intende oggi in gran parte del nostro Paese, a metà fra il consumismo e la paesanità, in cui solo per un giorno si parla dei problemi legati all’emancipazione femminile ed alla fine tutto termina in una balera ad assistere allo spogliarello del “macho” di turno?
La donna, è donna per tutto l’anno e non un giorno solo, la donna deve poter ricevere rispetto e non essere utilizzata, sfruttata ed offesa nel suo essere donna, com’è accaduto nell’ultima pubblicità di Dolce & Gabbana; e, chi come noi fa per mestiere il comunicatore, ha il dovere di comprendere questo prima di chiunque altro, evitando di produrre spot che, di fatto, violentano, oltraggiano e sviliscono la donna e la sua figura femminile, “rendendola mero oggetto della prevaricazione maschile” così come sostiene lo IAP.
Quindi, meno retorica e più sostanza; anche quest’anno l’8 marzo quello dell’ipocrisia consumistica è passato, ed allora viva le donne, viva la vivacità culturale delle donne, viva le donne che cercano di migliorare l’essere donna anche dove questo ancora non accade, viva le donne che con intelligenza provano a curare questa società con grave carenza di maschio, osando cambiare una miscellanea sbagliata che oggi produce solo meno felicità.
Effettivamente, l’emancipazione femminile ha portato dal ’68 in poi ad una rimodulazione del ruolo maschile, tanto che oggi, in molti casi, registriamo una società in cui mancano i padri intesi come figura forte (chi non ricorda quando da ragazzi ad una marachella si sentiva la mamma dire: lo dico a tuo padre stasera quando rientra), ed il concetto di “virilità” ha subito notevoli mutamenti.
Partendo da queste considerazioni, assistiamo invece all’8 marzo come ad una “sagra” paesana con la donna nella parte di protagonista “per un giorno” su un palcoscenico in cui di solito recita in ruoli di secondo piano; insomma come se oggi, la donna, fosse ancora un essere minore e senza anima come nel Medioevo.
Certo essere donna oggi in Italia, é sicuramente più facile che non esserlo in altri paesi del mondo, laddove invece la qualità della vita femminile non è sicuramente migliorata, e dove la donna vive ancora in condizioni d’arretratezza sociale e culturale.
Allora perché non proviamo a trasformare questo giorno, in un momento “più educativo” legato alla condizione ed alla centralità del ruolo della donna, e cancelliamo dalle nostre abitudini invece, la più classica e mortificante delle feste così come s’intende oggi in gran parte del nostro Paese, a metà fra il consumismo e la paesanità, in cui solo per un giorno si parla dei problemi legati all’emancipazione femminile ed alla fine tutto termina in una balera ad assistere allo spogliarello del “macho” di turno?
La donna, è donna per tutto l’anno e non un giorno solo, la donna deve poter ricevere rispetto e non essere utilizzata, sfruttata ed offesa nel suo essere donna, com’è accaduto nell’ultima pubblicità di Dolce & Gabbana; e, chi come noi fa per mestiere il comunicatore, ha il dovere di comprendere questo prima di chiunque altro, evitando di produrre spot che, di fatto, violentano, oltraggiano e sviliscono la donna e la sua figura femminile, “rendendola mero oggetto della prevaricazione maschile” così come sostiene lo IAP.
Quindi, meno retorica e più sostanza; anche quest’anno l’8 marzo quello dell’ipocrisia consumistica è passato, ed allora viva le donne, viva la vivacità culturale delle donne, viva le donne che cercano di migliorare l’essere donna anche dove questo ancora non accade, viva le donne che con intelligenza provano a curare questa società con grave carenza di maschio, osando cambiare una miscellanea sbagliata che oggi produce solo meno felicità.


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